Ascensione del Signore (Anno A)

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In alto i nostri cuori
L’ultimo saluto di Gesù ai suoi discepoli avviene su un monte. Lo scrive l’evangelista nel brano di Vangelo che si proclama nelle Messe dell’Ascensione del Signore (Matteo 28,16-20).
Il monte è il luogo che rappresenta l’incontro tra il cielo e la terra. Per questo tutti i popoli hanno almeno un monte sacro che simboleggia la salvezza e indica la vicinanza con Dio. Come l’ascendere si dice d’una scalata verso la vetta così la montagna è anche la figura del cammino verso Dio.
L’Ascensione che si celebra quaranta giorni dopo la Risurrezione, conclude la permanenza visibile di Gesù fra i discepoli, prelude alla Pentecoste e segna l’inizio della storia della Chiesa. La Chiesa infatti esiste proprio e solo per annunciare il Vangelo. Il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340), dà la prima testimonianza della festa dell’Ascensione che fino al 1977 in Italia è stata anche festa civile.
Gesù garantisce ai suoi e a noi che non si nasconde dietro le nubi o sparisce o va lontano oppure sarà assente ma promette che, grazie al ritorno dal Padre, Lui mediante il suo Spirito, è vivo in mezzo a noi in modo nuovo, più vicino che mai, presente ovunque e per sempre: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v. 20). Da allora la terra non è più lontana dal cielo.
Una terra segnata e graffiata da striature scure quella narrata da Luigi Pagano nella sua particolare «Ascensione del Signore» (Lezionario domenicale e festivo, anno liturgico A, tra le pp. 276-277; tecnica mista su carta), a conferma delle situazioni in cui non di rado avvertiamo il peso delle realtà quotidiane che ci tiene ancorati in basso, intorpiditi dalla stanchezza, incerti nel dubbio. A nostro conforto, appena sopra, tra la nube, leggiamo il ritorno al Padre del Figlio, non solo quale Dio ma – lo confermano i piedi piagati d’amore – quale uomo che ha dato la vita per tutti. È l’invito a guardare in cielo, a tenere i cuori in alto (sursum corda), «rivolti al Signore» e, allo stesso tempo, a camminare sull’unica strada per arrivarci e per vivere intensamente ogni giorno: amarci gli uni gli altri, portando così a tutti la bella notizia del Vangelo.

L’indimenticabile don Antonio Seghezzi, morto 75 anni or sono a Dachau (21.5.1945), così scriveva ai giovani nell’Ascensione del 1937 a commento dell’odierno vangelo: «Cielo sempre aperto. Il Padre e lo Spirito Santo continuano a discendere sulla terra e l’incontro col Figlio è il tema dominante nei discorsi di Gesù. Il Padre ha mostrato il suo volto e il cielo, da allora, è diventato una casa alla quale i cuori dei figliuoli pensano con inguaribile nostalgia. L’umanità sa finalmente che cosa è e dove cammina; sa che non è una carovana perpetuamente errante, ma che ha una casa e qualcuno che attende».
don Tarcisio Tironi
direttore del M.A.C.S.