II Domenica dopo Natale

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Chi ha letto «Il nome della Rosa» di Umberto Eco, ricorderà che l’incipit tratto dallo scritto di Adso, riprende i primi due versetti del Vangelo (Giovanni 1,1-18): «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» e prosegue con «compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità». Giovanni infatti, presenta Gesù di Nazaret non solo come chi ha fatto del bene a tutti ma come la vita di un uomo che era il Verbo incarnato di Dio. Per questo Clemente d’Alessandria, il celebre vescovo della città egiziana, a metà del II secolo, definì «Vangelo spirituale» quello secondo Giovanni e «Vangeli corporali» quelli di Marco, Matteo, Luca.
L’incarnazione («E il Verbo si fece carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi») è la scelta di Dio per parlare a tutti e, di conseguenza, il criterio per vivere. Da questa contemplata ricerca della verità si ritrova anche il valore e il significato del presente. Pur nella fatica di questo tempo, siamo nuovamente immersi nel mistero del Natale. In Gesù fatto uomo, incontriamo il volto di Dio al fine di accettare la nostra condizione, sostenuti dalla «luce vera, quella che illumina ogni uomo». Se a questa luce apriamo il cuore neppure la pandemia può spegnerla.
La «Natività» qui rappresentata è stata realizzata intorno al 1545 dal bresciano Girolamo Romanino per la chiesa di san Giuseppe a Brescia, e ora al Museo Santa Giulia. È una raccolta meditazione sulla natività che traduce in immagine le parole del vangelo: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Colpisce la Madre che adora il Figlio e ancor più sorprende il suo mantello per la voluta e smisurata ampiezza e per il colore cangiante bianco-perla, contornato d’oro. È l’effetto di chi si lascia incontrare dal Bambino di Betlemme: la Luce infrange ogni notte, cambia lo sguardo, permette di individuare la vera strada e di decifrare le sfumature della realtà. Il Cristo bambino è adagiato su un lembo del mantello materno. Stupisce questa divina manifestazione – garantita dai tre angeli in volo con cartiglio musicale – che «mette in luce» quanto sta in primo piano a fronte della serale penombra dorata. Sulla sinistra, un altro effetto della Luce: Giuseppe si fa testimone indicando Gesù con la destra ai due pastori, ai quali volge lo sguardo. Sopra di loro, appoggiata sull’imposta dell’arco, una civetta simboleggia Cristo che si troverà ad affrontare l’oscura notte della morte per salvare l’umanità: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

Dal grande papa Paolo VI, uno spunto di riflessione: «Se appena percepiamo qualcosa del significato oceanico di queste due termini, Dio e uomo, intravediamo il dramma immenso del Natale».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.