Il mattino di Pasqua

Il contatto vero con un’opera d’arte è sempre qualcosa di segreto, nasce e vive di una relazione misteriosa e va molto oltre le eventuali spiegazioni o i possibili commenti. Nella «Maddalena» di Giovanni Savoldo leggo un’indimenticabile pagina della storia e della nostra vita «scritta nei colori», come dichiarò il Concilio Costantinopolitano IV nell’870, a conferma della condanna dell’iconoclastia dichiarata al Niceno (787): «quanto il discorso dice in sillabe, “la scrittura in colori” lo annuncia e lo rende presente».

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L’episodio raffigura l’inizio del brano del Vangelo secondo Giovanni (20,1-9) che è proclamato nelle chiese cattoliche del mondo, nella domenica di Pasqua. Maria di Magdala, identificabile dal vasetto degli unguenti e dal vestito rosso sotto il mantello grigio, in cui è avvolta, si reca alla tomba di Gesù, «di mattino, quando era ancora buio» (v. 1). Ha seguito il Maestro fin sotto la croce, fin dentro lo scandalo del sepolcro e ne porta i segni. Con gli occhi cerchiati per il pianto, in un volto non giovanissimo, guarda a noi partecipi o spettatori. Un improvviso bagliore inizia ad illuminare il viso della Maddalena e a ravvivarle il mantello di seta cangiante, dai riflessi argentei. Nella tela, oggi alla National Gallery di Londra, realizzata tra il 1535 e il 1540, il pittore bresciano fissa la reazione della donna mentre volge il capo verso Gesù che l’ha appena chiamata per nome e che prima ha confuso con il giardiniere.
In basso a sinistra ella abbandona l’ampolla arrotondata, su di una base quadrata, davanti a un’apertura sul cui spigolo cresce una piantina verde e corre in città, ancora immersa nel sonno. Agli impauriti e dubbiosi apostoli riuscirà ad annunciare: «Ho visto il Signore» (v. 18) confermandosi la prima testimone, l’«apostola» della Risurrezione di Cristo. All’orizzonte sta sorgendo il sole, la stella del mattino che gradualmente dà vita e colore ad ogni realtà. Ogni notte muore nell’aurora che giunge sempre e per tutti, credenti e non credenti. Se la debolezza e la fragilità rischiano di farci vivere al buio, la speranza che ha nel Risorto radice e senso, ci garantisce il «già» e ci apre alla pienezza che nel presente non riusciamo a cogliere.
Ci scambiamo gli auguri traducendo in concreto quanto scrisse p. Turoldo nella sua «Per il mattino di Pasqua».

Io vorrei donare una cosa al Signore, / ma non so che cosa. / Andrò in giro per le strade / zuffolando, così, / fino a che gli altri dicano: è pazzo! / E mi fermerò soprattutto coi bambini / a giocare in periferia, / e poi lascerò un fiore / ad ogni finestra dei poveri / e saluterò chiunque incontrerò per via / inchinandomi fino a terra. / E poi suonerò con le mie mani / le campane sulla torre / a più riprese / finché non sarò esausto. / E a chiunque venga / – anche al ricco – dirò: / siedi pure alla mia mensa / (anche il ricco è un povero uomo). / E dirò a tutti: / avete visto il Signore? / Ma lo dirò in silenzio / e solo con un sorriso.

don Tarcisio Tironi

direttore M.A.C.S.