Il pastore buono e bello

Il pastore ha un carattere simbolico religioso presso tutti i nomadi, così anche in Israele. Nell’arte mesopotamica e greca in riferimento al culto sacrificale compare la figura del pastore che porta sulle spalle un agnello. Tale motivo iconografico era il più frequente nell’arte del cristianesimo delle origini perché traduceva il «Buon Pastore» narrato dal Vangelo secondo Giovanni (10,1 ss.) e secondo Luca (15,1 ss.) e per i cristiani aveva un valore pari a quello dell’immagine del Crocifisso, rappresentata a partire dal IV secolo. Nel brano di Giovanni, dopo essersi presentato come la porta dell’ovile, Gesù afferma per due volte: «Io sono il pastore buono e bello» (kalós, nell’originale in greco), riassumendo in sé la memoria dei pastori donati da Dio al suo popolo (Mosè, Davide, i profeti), ma anche l’immagine di Dio stesso, pregato e onorato come il «Pastore di Israele» (Salmo 80,2).
Il fiorentino Sandro Chia, ha «scritto» un originale «Buon Pastore» per la IV domenica di Pasqua

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(Lezionario domenicale e festivo, anno liturgico B, tra le pp. 204-205; acquarello, matite colorate e tecnica mista su carta) che ha così commentato: «Ho voluto realizzare un Buon pastore lontano dalla solita iconografia, colto nel preciso istante in cui sta meditando di lasciare il gregge per andare a cercare la pecorella smarrita».
L’artista ci presenta il Cristo, giovane e senza barba come fu raccontato fino al VI secolo, seduto, con accanto la pecora che è appena stata ritrovata. Il pastore tiene in evidenza il bastone, reso in un intenso e largo segno nero, per esprimere l’indispensabile funzione di guidare le pecore ai pascoli e di difenderle dai rischi del «ladro» e del «brigante» (Giovanni 10,1).
Chia sembra prendere ispirazione da una strofa del «Dies iræ», la Sequenza liturgica, composta verso la fine del XII secolo. Il poeta, con gratitudine si rivolge a Dio che, spinto dall’amore, si mette alla ricerca di ogni uomo e ogni donna: «Venendo in cerca di me, ti sei fermato, stanco (Quærens me, sedisti lassus), mi hai redento con il supplizio della Croce» e, a nome di tutti, implora: «Non sia vana una fatica così grande!».
La pecora fissa il suo pastore, pende dai suoi occhi e dalle sue labbra, sente il calore della sua presenza e sta immobile, in riconoscente contemplazione perché è al sicuro. Nella tavola dal tratto essenziale, il pittore ci restituisce il modo di agire del pastore: ha un rapporto strettamente personale («egli chiama ciascuna per nome», v. 3), dialoga confidenzialmente con ognuna («conoscono la sua voce», v. 4) e, proprio per questo, «le pecore lo seguono» (idem). È come dire che il rapporto personale ha sempre priorità anche nel servizio pastorale.
La conclusione del brano è la folgorante sintesi del perché questo pastore è per tutti: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10). Scrive Papa Francesco per questa domenica: «Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci».

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S