Quarta Domenica di Pasqua B

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Dante e Virgilio nella domenica di Pasqua del 1300 si trovano nell’antipurgatorio. Mentre cercano la strada migliore per salire alla montagna, incrociano le anime degli scomunicati che «Come le pecorelle escon del chiuso… / e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,… / semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno» (Purgatorio (III, 79ss.). Con la similitudine il poeta sottolinea la docilità delle anime di quanti in vita si sono allontanati da Dio e, pensando alla sua situazione interiore, è colpito dal fatto che queste, condividendo le fatiche e le sorprese dell’ascesa, hanno avuto una seconda possibilità di cambiare vita per potere, successivamente, ritrovare il «pastore».

Nel brano del Vangelo secondo Giovanni (10, 11-18) Gesù afferma d’essere il pastore «buono» e, secondo la corrispondente parola greca, il pastore «bello» che «dà la propria vita per le pecore», contrariamente ai capi religiosi d’Israele definiti «mercenari». Il Cristo conosce tutti per nome, propone singolarmente l’amicizia con il Padre e non concorda con chi, definendosi cristiano, anche oggi sogna un gregge perfetto o si adopera per averne uno chiuso: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare».

Tra le testimonianze più conosciute, realizzate dai cristiani di Aquileia, prima e subito dopo l’editto di Costantino (313), per rappresentare Cristo e il suo messaggio, attingendo al repertorio classico, emerge il «Buon pastore dall’abito singolare» (IV secolo). Per comprendere questo mosaico, ricordiamo le indicazioni (190 circa) di Clemente d’Alessandria ai cristiani, per l’uso delle raffigurazioni sugli anelli: «I nostri sigilli siano una colomba o un pesce o una nave che naviga con vento favorevole o una lira musicale di cui si serviva Policrate o un’ancora di nave, che Seleuco aveva fatto incidere» (Pedagogo III,11,59). Era un sistema di simboli evidente per i fedeli, spesso perseguitati, ma non facile a comprendersi dagli altri.

Il tema iconografico del tondo proveniente dalla domus di Tito Macro, emerge dalla figura centrale (allusiva al Cristo) il «dominus» che a Roma, dal II secolo è rappresentato come l’uomo saggio, perché ha scelto di vivere in serenità lontano dalle lusinghe mondane, curando il suo latifondo. Al centro del mosaico, sta il giovane possidente, con una tunica corta e molto decorata, un ampio mantello rosso, lunghi pantaloni ed eleganti scarpe. Nella mano sinistra tiene in bella vista il bastone detto pastorale e guardandoci, distende il braccio destro mostrando il palmo della mano. Tutto conferma il contesto agreste e, velatamente, il Vangelo: un uccellino («Guardate gli uccelli del cielo»), una pecora, una capra, il contenitore d’acqua, i fili d’erba, le piantine verdi.

Dal 1264 i cristiani pregano con alcuni versi della sequenza «Lauda Sion Salvatorem» composta da Tommaso d’Aquino: «Buon Pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi».

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.