Sesta Domenica di Pasqua B

clicca per ingrandire

Nella lingua italiana il termine Àgape (dal greco agàpe che significa amore smisurato o disinteressato) oltre che essere un nome proprio di persona femminile, esprime anche un banchetto tra amici. Secondo l’accezione tradizionale, indica pure il convito comune praticato dai cristiani dei primi quattro secoli per commemorare l’ultima cena di Gesù, al fine di stringere vincoli di fraternità e soccorrere i poveri. Agàpe, tradotta in latino con «charitas» e in italiano con «amore», per trecentoventi volte, comprese le varianti, è presente nel Nuovo Testamento, che non contiene il sostantivo «eros» e raramente il vocabolo «philia» (l’amore di amicizia).

Nel brano di Vangelo, Giovanni (15,9-17) ci riferisce una parte del discorso tenuto da Gesù nel cenacolo poche ore prima della passione proprio spiegando il contenuto esatto dell’amore, in originale agàpe che come sostantivo e come verbo qui ritorna nove volte. La frase iniziale del Maestro – «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» – definisce il fondamento d’ogni vita cristiana e ne spiega la caratteristica fondamentale. Utilizzando il termine agàpe l’evangelista aiuta a comprendere le peculiarità dell’amore proposto da Gesù: il Padre ci ama per primo dello stesso amore che ha per il Figlio e ci chiede di amarci così. Si tratta di un amore reale e concreto – «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» – che porta gioia in chi lo vive: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

La rilettura meditativa del brano evangelico mi ha ricordato una creazione di Claudio Parmiggiani, Parla anche tu, 2005. «Un’opera – afferma l’artista – deve essere come un pugno nello stomaco. Silenziosa ma dura, dura ma silenziosa, come un fuoco sotto la cenere». È difatti provocatorio il calco del cuore, fuso in ghisa, appoggiato su un libro aperto, il «De rerum principiis et elementis et causis» di Giordano Bruno. L’immagine del cuore davanti agli occhi ci guida ad ascoltare e comprendere incontri, scritti, storie, eventi. Parmiggiani avvia e incoraggia in noi una riflessione essenziale: il cor-aggio è l’agire del cuore e senza cuore ogni azione si s-corda, perde cioè il suo vero significato. È l’amore che autentica le relazioni tra le persone. «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri». Vivere l’agàpe di Gesù, secondo la misura del suo cuore, origina risposte libere e liberanti in un amore contagioso e a cascata.

Così scriveva Agostino: «Ama e fa ciò che vuoi. Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore perché da questa radice non può nascere che amore».

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.