Venerdì Santo

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Ben ricordo l’emozionante curiosità che provai davanti alla tavola alta e stretta (cm 80 x 48,9) di Giovanni Bellini nella mostra «Antonello da Messina. L’opera completa» tenutasi a Roma nel 2016. Condivido quanto scrisse G. C. F. Villa nella scheda del catalogo, definendo il capolavoro una «Meditazione sul sacrificio di Cristo e non una crocifissione narrativa in senso lato» (p. 310). Il «Crocifisso con cimitero ebraico» è infatti particolare sia per la collocazione dell’evento sia per la forte carica simbolica sia per il paesaggio esterno a una città reale e ideale nello stesso tempo.
Nella mirabile architettura della composizione, ogni realtà creata è dentro l’abbraccio del Crocifisso, è «irrorata» dal Suo sangue, obbligandoci a guardare attraverso di Lui ogni esistente, vicino e lontano, piccolo e grande, fatto dalla natura e dall’uomo, terra e cielo. Al committente inginocchiato in preghiera a contemplare l’immagine, Bellini fa vedere gli effetti della Crocifissione sul mondo, evidenziando il passaggio dall’Antico mondo al Nuovo, come un’autentica «nuova Creazione»: l’umanità, il mondo, la storia ritrovano centro e vita in Gesù Crocifisso e sono ricostruiti a immagine di Dio, secondo il progetto iniziale. E l’artista dà concretezza a questa sorprendente notizia destinata a tutti, attraverso molti simboli, studiati con precisione.
Colui che è inchiodato sulla croce, ben piantata per terra, con il suo sangue porta vita perfino in un cimitero. Proprio lì, tra i teschi, le ossa, le lapidi, la terra secca, Bellini pone con estrema cura una lucertola che vive del sole, una colomba simbolo di pace, un alloro allegoria di vittoria, un erbario di oltre trenta specie, indicanti l’oblazione del Cristo. È l’affermazione che la vita donata per amore è sempre capace di ridare esistenza pure a quanto è morto e perduto. E non solo, ma il confronto tra questo che è dipinto nella parte bassa della tavola e il resto, paesaggio e città, conferma: misura di tutto è il Crocifisso. Da Lui proviene l’energia creativa sia alle donne e agli uomini di campagna, dove accanto alle case si vedono i campi, il mulino e le macine, gli animali, un corso d’acqua, un sentiero sia alle persone abitanti la città che con suoi edifici civili e religiosi, raffigura la Gerusalemme Celeste. Tra le tante allusioni simboliche, compare anche il cielo azzurro in cui, oltre le nuvole di temporale, s’intravede il lontano chiarore, segnalale della Risurrezione.
Nel giorno in cui facciamo annualmente memoria della sua morte, Cristo si propone come una lezione di umanità per credenti e non, segno di un Dio che non interviene dall’esterno ma, per amore, salva immergendosi nel nostro dolore e condividendolo con noi.
Ce lo ha ricordato nell’emozionante serata di venerdì 27 marzo, Papa Francesco, da solo in piazza S. Pietro, quando, facendosi interprete dei dolori del mondo, implora: «Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Non lasciarci in balia della tempesta».

Lasciamoci guardare dal Crocifisso e uniamoci all’invocazione di Francesco.

don Tarcisio Tironi

dal M.A.C.S.