XVII Domenica Tempo Ordinario

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«Chi trova un amico, trova un tesoro», è un proverbio assai conosciuto. Ha origini antiche quanto il libro biblico, l’unico dell’Antico Testamento con la firma dell’autore, il Siracide. Proprio da circa 2.200 anni, lì, dopo alcuni consigli per distinguere la vera dalla falsa amicizia, sta scritto: «Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro» (6,14). Per esperienza, tutti sappiamo che l’amicizia, se vera, è come un tesoro di gran valore che può cambiare la vita.
L’evangelista Matteo, nel brano oggi proclamato nelle Celebrazione eucaristiche di rito romano (13,44-52), presenta tre parabole narrate da Gesù: quelle simili del tesoro nascosto e del mercante di perle e quella della rete. Quest’ultima (vv. 45-50), con l’immagine della rete che raccoglie ogni genere di pesci, si rifà alla parabola del grano e della zizzania: il contrasto bene-male sarà risolto solo alla fine da Dio che, nell’attesa di quel giudizio, si dimostra paziente e disponibile.
Le parabole del tesoro nascosto (v. 44) e del mercante di perle (vv. 45-46) sono brevi ma efficaci per il nostro vivere. Per ben comprendere la prima – «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» – ricordiamoci che nell’antichità si usava nascondere sottoterra, in anfore o altri contenitori, denaro e oggetti preziosi, specialmente all’avvicinarsi di eserciti nemici. Dopo un po’ di tempo, superato il pericolo, qualcuno per caso trovava il nascondiglio e diventava improvvisamente ricco.
Ci aiuta ad approfondire il senso della parabola, il pittore olandese Gerrit Dou, che lavorava nella bottega di Rembrandt, con la tavola dipinta nel 1630 circa.
In primo piano sta l’uomo fortunato, in abiti del XVII secolo, con un ginocchio a terra, nella mano destra una pala e con la sinistra sembra indicare il tesoro scoperto. Sulla destra, risalta il contrasto tra le sue cose quotidiane (giacca, cesta con il pranzo, borraccia con l’acqua) e la fortuna appena trovata (pezzi in argento, una bisaccia con dei soldi, sacchetti per custodire gioielli).
Ma è lo sguardo dell’uomo che stupisce. Egli non osserva il tesoro e neppure l’ambiente della fatica quotidiana, i campi dove lavorano due contadini. Pare volgere lo sguardo fuori scena, pensando al suo passato o forse al futuro da costruire. L’artista raffigura al centro dei campi un campanile quasi a dire: per vivere in pienezza è fondamentale aver fede.
Chi scopre il Regno dei cieli, chi cioè incontra Cristo, cambia radicalmente il suo vivere in meglio, lascia quanto ha perché ha trovato il tesoro, vende tutto per comperare la perla d’inestimabile valore. Quindi, dopo aver letto la parabola, il proverbio può diventare: «Chi trova il Cristo, trova un amico, trova un tesoro».
don Tarcisio Tironi
direttore del M.A.C.S.