XXVIII Domenica Tempo Ordinario

clicca per ingrandire

Alla vigilia della sua passione e morte, Gesù narra una parabola (Matteo 22,1-14) che si può dividere in tre parti. Iniziamo a «leggere» quanto l’anonimo pittore olandese, «il monogrammista di Brunswick», ha dipinto nel 1525 circa, nell’opera «Parabola del grande banchetto», oggi al Museo Nazionale di Varsavia.
Guardiamo con un poco di pazienza per orientarci nelle varie parti che l’artista ha tratto dal racconto evangelico. La prima scena è raffigurata a sinistra, sullo sfondo, come si era soliti fare nei dipinti olandesi del periodo. Due guardie reali a cavallo stanno sollecitando «i chiamati» (così nel testo originale, il greco) al banchetto nuziale, ma invano. Al loro rifiuto, il re ordina ai servi di ritornare dai «chiamati», dicendo che «tutto è pronto» (v. 4) e che vengano alle nozze del figlio. Alcuni sono indifferenti e pensano ai loro affari e altri, addirittura, insultano e uccidono i messaggeri regali. «Allora il re si indignò» e – lo vediamo nella scena che sta prima delle guardie a cavallo – «fece uccidere quegli assassini» (v. 7).
Nella seconda parte della parabola il re, a sorpresa, ordina ai servi d’invitare tutti al convito di nozze, buoni e cattivi, «e la sala delle nozze si riempì di commensali» (v. 10). Finalmente la festa si inizia. Sul palazzo dipinto, le torce sono accese e le tende alzate, i musicanti rallegrano i presenti e la sala si riempie di ospiti.
Al centro, in primo piano ci sono: un uomo ipovedente guidato dal suo cane, un altro, storpio, che si sostiene con la stampella e una donna, povera, che con un bimbo in braccio e una piccola attaccata alla vestaglia, cerca posto. I tre alludono alla fede, alla speranza e alla carità. Appena dietro, nel cortile, compaiono delle persone sedute intorno al tavolo che si aiutano vicendevolmente.
Siamo alla conclusione della parabola. Sotto i musici, il re è seduto al tavolo principale con alla destra gli sposi e attorno i familiari che banchettano. La scena successiva – in primo piano, a sinistra – ci presenta il re che entra «per vedere i commensali». Mentre sta salutando un ospite, scorge un uomo senza veste e gli chiede: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?» (v. 12). Per meglio comprendere il finale, ricordiamo la consuetudine orientale: il re donava ai «chiamati» la veste del convito. L’artista olandese dipinge il momento nel quale due servi stanno gettando in una buca l’uomo senza la veste nuziale, eseguendo così l’ordine regale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori, nelle tenebre» (v. 13).
La scena, del tutto inattesa, ci ricorda che aver accolto l’invito ed essere entrati nella sala non dà alcuna garanzia d’essere salvati. Spiega san Gregorio Magno: «Entra alle nozze senza le vesti nuziali colui che crede nella Chiesa, ma non ha la carità».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.