XXIII Domenica Tempo Ordinario

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Siamo ad Aquileia. Sin dalla fondazione (181 a.C.), la città fu avamposto di Roma, centro d’irradiazione del Cristianesimo nell’Italia del nord e nelle regioni europee del centro e dell’est, vivace porto commerciale del Mediterraneo. Dopo aver visitato con soddisfazione la Basilica, il più antico edificio cristiano dell’Italia del nord-est, portiamoci in località Monastero, entriamo nel Museo Paleocristiano che, dal 1961, si trova nell’ex- monastero delle Benedettine del IX secolo e saliamo al primo piano.
Fermiamoci a contemplare il bassorilievo in pietra calcarea della fine del IV secolo raffigurante l’abbraccio tra Pietro e Paolo, ritrovato nel 1901 nei dintorni della basilica paleocristiana dedicata ai martiri Felice e Fortunato. Il rilievo incompiuto dei busti degli apostoli, scolpiti di profilo, riempie lo spazio della lastra. I due santi, simbolo dell’unità della Chiesa, manifestano nei volti i caratteristici lineamenti codificati, poco dopo l’Editto di Milano (313), nell’iconografia chiamata «concordia apostolorum» (la concordia degli apostoli).
La mano che spunta dal mantello chiuso, rende ancor più evidente la stretta dell’abbraccio tra gli apostoli, raffigurati alle porte di Roma, poco prima del martirio. La caratterizzazione voluta e precisa dei volti rappresenta la diversità di Pietro e Paolo: pur molto differenti l’uno dall’altro, hanno saputo vivere da fratelli grazie al Vangelo del Cristo, realizzando il comandamento dell’amore, malgrado nel loro rapporto non siano mancati conflitti.
Prendiamo il Vangelo e leggiamo il testo (Matteo 18,15-20) che ci aiuta a comprendere come la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità, dove la diversità vissuta nell’amore è in grado di creare l’unità, non l’uniformità.
Matteo è l’unico evangelista ad usare il termine «chiesa» (ekklesìa, in greco). Dopo il passo del primato di Pietro, il vocabolo compare nel brano odierno dove Gesù, descrivendo le caratteristiche della comunità cristiana, esorta i discepoli ad esercitare, con delicatezza e crescente forza di persuasione, la correzione fraterna in tre precise graduali modalità. Inizialmente, se riesce a tu per tu: «avrai guadagnato il tuo fratello» (v. 15). Il secondo tentativo si fonda sulla forza giuridica derivante dalla presenza «di due o tre testimoni» (v. 16). Infine, se il fratello «non ascolterà neanche la comunità (ekklesìa), sia per te come il pagano e il pubblicano» (v. 17), cioè non appartiene più alla comunità cristiana: è scomunicato. Il Maestro poi, dopo aver ripresentato il tema del «legare» e «sciogliere» per non dimenticare la necessità di correggere e perdonare e non solo di giudicare, invita i discepoli a pregare insieme per la guarigione della comunità. Grazie a Lui il Padre esaudisce la preghiera: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (v. 20).
Proprio Paolo testimonia la forza dell’amore di Dio: «Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti» (Galati 2,8).
don Tarcisio Tironi
direttore del M.A.C.S.