XXIX Domenica Tempo Ordinario

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Al tempo di Gesù, uomini, donne e schiavi dai 14 ai 65 anni dovevano versare annualmente all’erario di Roma una tassa pro capite di un denaro d’argento (il «census»), l’equivalente d’una giornata lavorativa, in quanto la Palestina era assoggettata al potere di Roma, e al Tempio, un denaro d’argento («fiscus Judaicus») con l’immagine dell’imperatore Tiberio (14-37) e la scritta: «Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto».
Farisei ed erodiani, secondo l’evangelista Matteo (Matteo 22,15-21) chiedono a Gesù: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Se Cristo avesse risposto: «Sì», lo avrebbero accusato d’essere complice dei romani; se avesse risposto «No», avrebbe violato la legge.
William Xerra indirizza il nostro sguardo a leggere nella sua opera (collage e tecnica mista su cartoncino) posta nel «Lezionario per le messe “ad diversa”» tra le pp. 394-395, i profili di volti che si oppongono e si sovrappongono, dove sembra tradurre visivamente la derivazione latina del verbo «confrontare»: «cum» (insieme) e «frons» (fronte), cioè «mettere di fronte». Oggetto del confronto è la frase di Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo» (v. 19), scritta in stampatello e posta a metà dell’opera, in verticale
Il Nazareno provoca dunque farisei ed erodiani. Li obbliga ad affrontare il quesito da loro sollevato ad arte per metterlo in difficoltà, perché prendano coscienza della presenza quotidiana: sia erodiani (negazionisti del diritto dei romani di riscuotere tasse) che zeloti (collaborazionisti dell’impero romano) infatti pagavano tranquillamente il tributo anche se per ragioni diverse.
Xerra anche qui conferma il modo di operare secondo quanto ha dichiarato in un’intervista: «Nel mio lavoro, ho cercato sempre di collegare le parole allo spazio, far sì che i frammenti di parola che utilizzavo sul foglio germinassero nuovi spazi, nuove contaminazioni: volevo che fosse lo spazio a gestire la parola». Egli pone di fronte i volti di sei persone, delineati da un semplice tratto, allo scopo di sollecitare la reazione di coloro che hanno interrogato Gesù, facendo emergere somiglianze e differenze, pareri e opinioni. Il racconto evangelico in questo modo interpella tutti, donne e uomini, consegnandoci un messaggio sempre attuale: la questione del rapporto Stato-cittadini e di conseguenza quella delle tasse.
La risposta di Cristo: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (v. 22) segna una «distinzione» tra la sfera della politica e quella della fede, stabilisce una «gerarchia» tra Cesare e Dio (è quest’ultimo il primo), provoca a «discernere» che cosa dare a Cesare e che cosa a Dio.
«La barbarie inizia ove qualcuno e qualcosa si ritiene “dio” dell’altrui coscienza riducendo la persona a strumento o mezzo della propria astratta e assolutizzata visione della vita. Né Chiese braccio religioso degli Stati né Stati braccio secolare delle Chiese. Oltre ogni confusione non richiesta e ogni privilegio» (Luigino Bruni).
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.