XXV Domenica Tempo Ordinario

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Verona, Museo di Castelvecchio. Cerchiamo la tela dei «Lavoratori della vigna» dipinta da Francesco Maffei nel 1645.
Prendiamo il brano del Vangelo secondo Matteo (20,1-16) e leggiamo. Gesù continua a narrare del «Regno dei cieli» raccontando la parabola degli operai della vigna. Come da noi in queste settimane, anche allora, per vendemmiare in tempo utile, era necessario l’impiego di braccianti giornalieri in aggiunta ai dipendenti fissi. Perciò questo padrone esce molto presto a cercare in piazza dei lavoratori, poi ci ritorna alle nove, a mezzogiorno, alle quindici e alle diciassette promettendo ai primi un denaro e agli altri «quello che è giusto» (v. 4). In Israele la giornata di lavoro si iniziava con i primi raggi del sole e proseguiva fino alle ore sei del pomeriggio. Era consuetudine fare un contratto orale che stabiliva il prezzo per la giornata da consegnare prima del tramonto del sole.
Guardiamo l’opera del pittore vicentino sapientemente ripartita, dai colori luminosi, stesi con pennellate veloci e leggiamola in parallelo con il testo evangelico.
Siamo al termine della giornata di lavoro, alle diciotto. Il fattore, raffigurato sulla sinistra, sta distribuendo, a partire dagli ultimi, la paga pattuita, aiutato da un servo che gli regge il vassoio con le monete d’argento. Il pittore risolve con uno stratagemma il seguito della parabola, inserendo nello spazio tra il primo lavoratore, il servo e il fattore, una «finestra» con la figura del padrone accompagnato dallo stesso fattore, in un registro più basso della scena principale, a livello dei due lavoratori della prima ora, a mezzo busto, in penombra, sulla destra. Questi si guardano sconcertati e stanno brontolando a motivo della retribuzione uguale per tutti, indipendentemente dalle ore e dalla fatica. Interviene il proprietario, con la destra appoggiata al petto e lo sguardo dritto verso di loro che, dopo aver ricordato d’essere stato ai patti, esclama: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (v. 15).
La conclusione della parabola («Così gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi») insegna che Dio chiama ogni persona alla salvezza, in qualsiasi momento della vita e dà prova d’una bontà senza limiti che supera la giustizia senza per questo comprometterla e nessuno dev’essere invidioso.
Ricordo che Bruce Marshall ha dedicato alla parabola il romanzo: «A ogni uomo un soldo» e che, esempio di chiamata «all’ultima ora», è «Giacomone», l’ubriacone e il bestemmiatore che Guareschi trasforma in un santo: si toglie il tabarro per riscaldare un crocifisso di legno e muore nella neve. «Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Fece seppellire Giacomone nel cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra: “Qui giace un cristiano, e non sappiamo il suo nome, ma Dio lo sa, perché è scritto nel libro dei Beati”».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.