XXX Domenica Tempo Ordinario

È probabile che la comunità alla quale Matteo scrive il vangelo, richiedesse un’indicazione per un comportamento non più soggetto alla selva d’obblighi e divieti. Erano infatti 613 i precetti da osservare, un numero carico di riferimenti simbolici: 248 (numero delle ossa del corpo umano) i comandamenti positivi + 365 (numero dei giorni dell’anno) quelli negativi. Leggiamo pertanto nel brano evangelico (Matteo 22,34-40) la provocazione d’un rappresentante dei farisei, un dottore della legge, che interroga Gesù per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?».
Gesù non sceglie tra i dieci comandamenti ma afferma che l’intera Legge si compendia nel vivere l’esistenza intera nell’amore che non separa mai Dio dal prossimo. E dà una risposta imprevista e illuminante rifacendosi a due testi tratti rispettivamente dal Deuteronomio (6,5) e dal Levitico (19,18). Il grande e primo comandamento è: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» e il secondo simile a quello: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
Egli così sorprende il dottore della legge e i farisei. Non ci consegna due precetti in più ma due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in ogni persona. È il criterio autentico dell’esistere: l’amore del prossimo è inseparabile dall’amore che diamo a Dio. Lo conferma Giovanni: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1ᵃ 4,20). I due piani sono così uniti da intersecarsi formando una croce: la dimensione verticale (amore a Dio) ha il vertice in cielo e quella orizzontale (amore al prossimo) si espande per tutta la terra.

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Molti uomini e molte donne hanno deciso di fare di questa sconvolgente rivelazione evangelica lo scopo della vita. Camillo de Lellis, nato a Bucchianico vicino a Chieti 470 anni fa, è uno di questi. In occasione della cerimonia della canonizzazione (29.6.1746) nella basilica di S. Pietro, il pittore francese Pierre Subleyras, su commissione dei Camilliani, realizzò l’opera «San Camillo salva gli ammalati dell’Ospedale Santo Spirito durante l’inondazione del Tevere del 1598». Nella corsia allagata, l’artista presenta una drammatica scena: Camillo si sta prodigando con alcuni confratelli, da lui convinti, a mettere in salvo gli ammalati portandoli al piano superiore. Religiosi e infermi, sono rappresentati con espressioni composte e dignitose, in forma quasi idealizzata. In primo piano un inserviente con nel cesto un pane e le poche cose velocemente salvate evidenzia la situazione critica.
Nel 1582 Camillo creò la «Compagnia dei Ministri degli Infermi» (riconoscibili per la croce rossa cucita sull’abito) secondo il comandamento dell’amore: «Voglio organizzare una compagnia di uomini pii e da bene, che non per mercede, ma volontariamente e per amor di Dio, servano gli infermi, con la carità e l’amorevolezza che hanno le madri per i propri figli infermi».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.