Mercoledì delle Ceneri

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La maschera di Arlecchino ha origine a metà del XVI secolo dalla commistione dello Zanni bergamasco (poi a Venezia chiamato Zan Ganassa) con personaggi diabolici della tradizione popolare francese. Quasi certamente è il personaggio più antico del carnevale, riconoscibile dall’abito multicolore e dal cappello bianco, con la maschera nera sul viso, la borsa alla cintura e un bastone di legno. Egli interpreta il servo lazzarone, pigro, pronto a imbrogliare ma sciocco solo all’apparenza.

Proprio Arlecchino compare al centro del dipinto ad olio su canapa, intitolato «Mercoledì delle Ceneri» realizzato da Carl Spitzweg tra il 1855 e il 1860, visibile alla Staatsgalerie di Stoccarda. Il clown è raffigurato seduto, senza maschera, a braccia conserte, da solo, mentre sta riflettendo sugli eccessi e sui bagordi del carnevale, nel primo giorno di Quaresima (secondo la liturgia romana). Deve averne combinate abbastanza per finire in carcere attraverso la porta buia, sulla destra. La luce che lo avvolge e proietta l’ombra delle inferriate sull’alta parte, viene dall’alto a confermare l’offerta perenne del perdono e della speranza: Gesù è la misericordia del Padre, anche per Arlecchino. Lo conferma Matteo (6,1-6.16-18) nel brano evangelico in cui emergono realtà vive per ogni persona: digiuno, preghiera, elemosina, misericordia, conversione. Gesù insiste per tre volte a non preoccuparci di come gli altri ci considerano o ci vedono ma di ricordare il vero e unico criterio di giudizio: «solo il Padre tuo; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Perciò non è innanzitutto il vestito da curare, all’opposto di ogni maschera carnevalesca che volutamente sceglie l’abito per farsi notare.

Con la Quaresima s’inizia un tempo opportuno a rivedere la propria vita ad imitazione dell’Arlecchino dipinto che si è tolto la maschera e si sta guardando con verità, disponendo solo d’una brocca d’acqua.

Francesco d’Assisi ci è di esempio nel come vivere la Quaresima per cambiare in meglio la vita. Racconta infatti Tommaso da Celano che il Santo, supplicato da frate Elia, si recò una volta a San Damiano per predicare a Chiara e alle sorelle clarisse: «Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l’animo invaso da grande stupore. Quando, ad un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo “Miserere”. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori».

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.