Quarta Domenica di Quaresima

Che meraviglia l’abbraccio del padre al figlio che torna, nel nome della misericordia e del perdono, raccontato nel Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32) a conclusione della parabola narrata da Gesù ai suoi. È la storia che, almeno nella prima parte, si ripete in ogni tempo ed è comune a molte famiglie quando incomprensioni, silenzi, pretese sembrano far tacere l’amore di un padre verso il figlio. «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto».

Da allora cresce la paura, si allarga il dolore, prendono posto i «perché»: nel padre da subito, nel figlio quando i soldi sono finiti e incomincia a soffrire la fame. «Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre».

Teniamo gli occhi su il «Figlio prodigo», la tela realizzata ad olio da Arcabas nel 2002 e continuiamo la lettura dello stupendo racconto evangelico. «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Non ci sono più parole, neppure quelle preparate. È nell’abbraccio del padre al figlio l’essenziale di qualsiasi colloquio e discorso. Da lì infatti viene il perdono, l’immensa e unica forza che dal genitore, invecchiato dal dolore, rimette in circolo una vita nuova (il colore caldo-arancio dell’abito paterno in contrasto con quello grigio del figlio) con l’ampio gesto delle braccia e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza. Il ragazzo in preghiera penitente, si sta buttando nella calda tenerezza del padre, sicuro d’essere accolto e rimesso «in piedi», nella riacquistata dignità d’essere figlio amato. Perfino il cane di famiglia salta di gioia perché l’amore raggiunge e coinvolge tutti – compreso il cavallo – e tutto: «e cominciarono a far festa».

Continuiamo a guardare quest’opera e lasciamoci stupire dalla straordinaria energia dell’amore misericordioso che perdona e perciò porta gioia e festa, come ricorda Arcabas: «della bellezza non si parla, la si contempla».

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.